Pablo Neruda

LXIV Sonetto
Per tanto amore la mia vita si tinse di viola
e andai di rotta in rotta come gli uccelli ciechi
fino a raggiungere la tua finestra, amica mia:
tu sentisti un rumore di cuore infranto

e lì dalle tenebre mi sollevai al tuo petto,
senz’essere e senza sapere andai alla torre del frumento,
sorsi per vivere tra le tue mani,
mi sollevai dal mare alla tua gioia.

Nessuno può dire ciò che ti devo, è lucido
ciò che ti devo, amore, ed è come una radice,
nativa d’Araucania, ciò che ti devo, amata.

È senza dubbio stellato tutto ciò che ti devo,
ciò che ti devo è come il pozzo d’una zona silvestre
dove il tempo conservò lampi erranti.
Corpo di donna, bianche colline, cosce bianche,
assomigli al mondo nel tuo gesto di abbandono.
Il mio corpo di rude contadino ti scava
e fa scaturire il figlio dal fondo della terra.

Fui solo come un tunnel. Da me fuggivano gli uccelli
e in me irrompeva la notte con la sua potente invasione.
Per sopravvivere a me stesso ti forgiai come un’arma,
come freccia al mio arco, come pietra per la mia fionda.

Ma viene l’ora della vendetta, e ti amo.
Corpo di pelle, di muschio, di latte avido e fermo.
Ah le coppe del seno! Ah gli occhi d’assenza!
Ah le rose del pube! Ah la tua voce lenta e triste!

Corpo della mia donna, resterò nella tua grazia.
Mia sete, mia ansia senza limite, mio cammino incerto!
Rivoli oscuri dove la sete eterna rimane,
e la fatica rimane, e il dolore infinito.

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Frida Kahlo

Da quando mi sono innamorata di te, ogni cosa si è trasformata ed è talmente piena di bellezza… L’amore è come un profumo, come una corrente, come la pioggia. Sai, cielo mio, tu sei come la pioggia e io, come la terra, ti ricevo e accolgo.

Fernando Pessoa

L’amore, quando si rivela,
Non si sa rivelare.
Sa bene guardare lei,
Ma non le sa parlare.

Chi vuol dire quel che sente
Non sa quel che deve dire.
Parla: sembra mentire…
Tace: sembra dimenticare…

Ah, ma se lei indovinasse,
Se potesse udire lo sguardo,
E se uno sguardo le bastasse
Per sapere che stanno amandola!

Ma chi sente molto, tace;
Chi vuol dire quello che sente
Resta senz’anima né parola,
Resta solo, completamente!

Ma se questo potesse raccontarle
Quel che non oso raccontarle,
Non dovrò più parlarle,
Perché le sto parlando…

La Casa di Papel

Vi parleranno di citazioni, di inno alla libertà e alla ribellione, di apologia del marxismo quello buono. Non cascateci. È vero che tutte queste cose ci sono, ma non bastano a salvare La casa de papel dall’essere un pasticcio mal scritto e mal realizzato, un minestrone capace di toccare livelli di noia altissimi, insultare l’intelligenza dello spettatore e arrivare dove neanche la peggiore telenovela sudamericana era mai arrivata. Ed è un peccato perché le premesse sono ottime, soprattutto se vi piacciono i film del genere guardie contro ladri. Nello specifico, qui si mira alto cioè alla Zecca di Spagna, non per svaligiarla, ma – attenzione! – per occuparla e stampare soldi nuovi, quindi tecnicamente senza rubare niente a nessuno. A organizzare il tutto, la mente del colpo, il Professore, colto e iper intelligente è lui che mette insieme, selezionandoli uno a uno, i membri della banda. Ma qui cominciano i problemi perché questo gruppo iper scelto dopo neanche venti minuti dall’entrata nella Zecca si rivela l’ammasso di umani più pasticcione del mondo: visto quanto male assortiti sono e quanto francamente scemi, lo spettatore comincia a dubitare anche della presunta intelligenza del Professore, con il risultato che parte della motivazione alla visione cade dopo neanche tre puntate. C’è Tokyo, ad esempio, una specie di Nikita: dovrebbe essere quella tosta e gelida, invece a tratti si comporta come un’adolescente in preda agli ormoni. C’è Denver, che è lì con il padre: dovrebbe essere quello sensibile, peccato risulti solo limitato. C’è Berlin, il capo, dovrebbe essere il maschio alfa, ma gliela fanno sotto al naso colleghi e prigionieri. Tutti i personaggi sono schizofrenici, capaci nella stessa scena di passare da astuti a idioti, da sensibili a mostruosi senza un plissé. Poi ci sono le lacune della storia: i ladri tengono prigionieri nella Zecca più di 60 ostaggi. Dove non si sa. In alcune scene sotto tutti schierati nell’atrio, in altre non si vedono più. Non solo, le guardie girano per la Zecca in continuazione, hanno come attività principale quella di litigare tra di loro, e chi ci sia a guardare gli ostaggi è un mistero. Tralasciamo i dettagli pratici, i picchi maggiori di incredulità si hanno quando La casa del papel vira sulla telenovela: Tokyo ha una relazione con Rio ma cerca anche di sedurre un ostaggio, una ragazza. Il direttore della Zecca, sposatissimo, ha messo incinta una delle impiegate che, mezza moribonda per una ferita a una gamba, si salva miracolosamente e dopo neanche un giorno fa sesso selvaggio con Denver, l’uomo che l’ha ferita. Angel, l’unico poliziotto con intuizioni valide, si scopre che ha avuto una relazione con Raquel, la sua capa, la donna che gestisce tutta l’operazione, specializzata in psicologia e quindi chiamata a fare da negoziatrice appena arriva la notizia che i ladri sono chiusi nella Zecca con gli ostaggi. Ecco, lei è l’emblema della telenovellitudine di tutta la serie. Tempo dieci minuti infatti e Raquel si rivela quella che è: un disastro di donna, piena di casini personali, forse sotto psicofarmaci, iper emotiva e pasticciona, completamente non adatta al ruolo. Cosa di cui approfitterà il Professore in un’altra delle (molte) svolte da soap opera che qui non rivelo, hai visto mai che abbiate tredici ore della vostra vita da dedicare a questo enorme pasticcio. (Disclaimer: la recensione è stata scritta dopo la visione della prima stagione e di due episodi della seconda, nella certezza che neanche l’arrivo di Steven Spielberg alla regia e di Aaron Sorkin alla sceneggiatura potrebbe migliorarla).

Simona Siri

Osho

Amare significa lasciare all’altro la libertà di essere se stesso in ogni istante del proprio cammino insieme, ed esserne capaci implica aver raggiunto una maturità interiore tale da non temere neanche il venir meno dell’affetto o dell’interesse da parte dell’amato. Amare vuol dire desiderare la gioia del proprio amato senza porre alcuna condizione e senza aspettarsi nulla in cambio. L’amore è una qualità del proprio essere, se la si possiede, ne beneficia indistintamente chiunque ne venga a contatto, un amante, un amico, un figlio, uno sconosciuto. Si dovrebbe stare insieme soltanto perché si sta bene “con”, e invece molto spesso si sta insieme perché si sta male “senza”. Solo se hai sconfitto la paura della solitudine sarai capace di amare. Solo se ami la solitudine ogni momento vissuto con l’altro diventa una scelta d’amore.

Fabrizio De Andrè

Anime salve vuol dire spiriti solitari. E’ una specie di elogio della solitudine. Si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico: il politico solitario è un politico fottuto di solito. Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo, Dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addittura che si riescano a trovare delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri. Con questo non voglio fare nessun panegirito né dell’anacoretismo né dell’eremitaggio, non è che siete per fare gli eremiti, o gli anacoreti: è che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita, ed è stata una vita (non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d’identità), credo di averla vissuta; mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, mentre l’uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura.

Fred Buscaglione

Guarda che luna, guarda che mare
Da questa notte senza te dovrò restare
Folle d’amore
Vorrei morire
Mentre la luna da lassù mi sta a guardare
Resta soltanto
Tutto il rimpianto
Perché ho peccato nel desiderarti tanto
Ora son solo a ricordare
E vorrei poterti dire
Guarda che luna, guarda che mare
Guarda che luna guarda che mare,
Da questa notte senza te dovrò restare
Folle d’amore, d’amore
vorrei morire
Mentre la luna da lassù mi sta a guardare
Guarda che…

BoJack Horseman

Noi ci conosciamo da prima che diventassimo famosi, per questo possiamo essere amici. Perché non siamo come le altre persone che si avvicinano per ciò che pensano che tu sia. Credono di poter dormire sul tuo divano, mangiare il tuo cibo, credono che salverai la loro agenzia. Non ho mai voluto questo tipo di pressione ma noi due… L’uno non vuole niente dell’altra. Sai non ho mai capito cosa fosse l’amore. Ma in questo momento non ho bisogno di capire niente. Lo sto vivendo. Ti amo Sarah Lynn.

MARIANGELA GUALTIERI 

Tu sei il mio tu più esteso
deposto sul fondo mio. Tu. Non c’è
un’altra forma del mondo
che si appoggi al mio cuore
con quel tocco, quell’orma.
Tu. Tu sei del mondo la più cara
forma, figura, tu sei il mio essere a casa
sei casa, letto dove
questo mio corpo inquieto riposa.
E senza di te io sono lontana
non so dire da cosa ma
lontana, scomoda un poco
perduta, come malata,
un po’ sporco il mondo lontano da te,
più nemico, che punge,che
graffia, sta fuori misura.

Mio vero tu, mio altro corpo
mio corpo fra tutti mio
più vicino corpo, mio corpo destino
ch’eri fatto
per l’incastro con questo mio
essere qui in forma di femmina
umana. Mio tu. Antico suono
riverberante, antico
sentirti destino intrecciato
sentire che sei sempre stato
promesso da ere lontane
da distanze così spaventose
così avventurose distanze da
lontananze sacre.

Tu sei sacro al mio cuore.
Il mio fuoco
brucia da sempre col tuo
il mio fiato.

Io parlo delle forze –
di correnti sul fondo del mio lago
sul fondo del tuo, oscure e potenti,
più del tempo dure più dello
spazio larghe, ma sottili
al nostro sentire,
afferrate appena
e poi perdute, nel loro gioco.

Che cosa siamo io e te? Che cosa eravamo
prima di questo nome? E ancora
saremo qualcosa, lo sappiamo e non
lo sappiamo, con un sentire
che non è intelligente lavorio cerebrale.

Nessuna parte di corpo che muore
nessun pezzo umano, nessun arto,
nessun flusso di sangue, nessun
cuore, nessuno, niente che sia
stretto nel giro del sole, niente
che sia solo terrestre umano muove
il tuo cuore al mio, il mio al tuo,
come fossero due parti di un uno.

Allora tu sei la mia lezione più grande
l’insegnamento supremo.
Esiste solo l’uno, solo l’uno esiste
l’uno solamente, senza il due.